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Odontoiatria

Odontoiatria Veterinaria

L’odontoiatria veterinaria può essere assimilabile come interventi e tecniche all’odontoiatria umana, con delle sostanziali differenze legate alla diversità di specie ed agli scopi degli interventi stessi. Le maggiori differenze sono legate al fatto che gli animali domestici fanno uso dei denti in maniera generalmente più grossolana rispetto all’uomo e quindi gli interventi di riparazione devono essere molto robusti. Non possono effettuare da soli “igiene orale” e quindi sono necessari accorgimenti come la somministrazione di alimenti appositamente studiati o l’uso di prodotti e metodiche effettuate dal proprietario che vengano tollerate il più possibile per garantirne la continuità nel tempo. Sopportano difficilmente interventi che fanno loro percepire delle alterazioni sostanziali dell’anatomia dentaria e della masticazione e quindi è estremamente difficile applicare interventi di ortodonzia.
Dal momento in cui sono “domestici” e quindi hanno un’alimentazione necessariamente diversa rispetto al “selvatico”, ma spesso anche a causa di alterazione dei fisiologici rapporti dentali legata alle selezioni di razza, è frequente l’insorgenza di patologie ai denti, gengive, mascella e mandibola, che possono dare dei gravi problemi a livello di organi che apparentemente non sembrerebbero avere alcuna connessione con essi. In particolare tartaro dentario, gengiviti, carie trascurate, piorree, sono spesso responsabili di problemi cardiaci, epatici, renali e anche cutanei, legati all’assorbimento di batteri e tossine, nonché gastroenterici e anche muscolari, legati all’alterazione della masticazione ed alla deglutizione continua di batteri potenzialmente patogeni. Di non trascurabile importanza anche la possibile trasmissione, tramite il contatto con la saliva, di batteri potenzialmente patogeni anche all’uomo, specialmente ai bambini o alle persone anziane.
La moderna odontoiatria veterinaria con l’applicazione di sempre nuove tecniche non si limita più, per fortuna, ai soli interventi di ablazione del tartaro dentario, ma permette anche di eseguire interventi mirati e personalizzati sulla base della specie e delle caratteristiche dell’animale. Questo permette di effettuare interventi di profilassi dentale più accurati e volti a conservare il più possibile gli elementi dentali e la loro anatomia onde evitare alterazioni della masticazione ed altri problemi ad essa connessi.
Purtroppo, a volte, l’intervento dell’odontoiatra viene richiesto tardivamente e al veterinario curante non resta che fare delle scelte drastiche, come ad esempio l’estrazione di denti malati o interventi sulla mandibola o sulla mascella per curare infezioni profonde.
E’ per questo motivo che è estremamente importante effettuare visite di prevenzione, onde controllare lo stato della bocca dell’animale, evitare il degenerare di situazioni ancora facilmente risolvibili con interventi poco invasivi, insegnare eventualmente le metodiche necessarie per garantire una sufficiente igiene orale.

Igiene Orale

Per “igiene orale” si intende non solo l’ablazione del tartaro dentario e tutte le operazioni necessarie a ripristinare il normale stato della bocca, denti e gengive praticate dal veterinario, ma anche tutti gli accorgimenti e le manualità che possono essere attuate dal proprietario onde mantenere sano il più a lungo possibile il cavo orale del proprio animale. Per mantenere i denti e le gengive sane è fondamentale evitare che si depositino placca e tartaro sui denti e soprattutto che quest’ultimo non debba andare a infiammare le gengive e infiltrarsi al di sotto di esse.

igieneorale

Quando ciò accade si creano tasche gengivali, piorree, retrazioni gengivali con esposizione dell’osso ed è a quel punto che inizia tutta una concatenazione di eventi che porta, non solo in ultima analisi alla perdita degli elementi dentari, ma anche, molto prima, ad una autointossicazione, un assorbimento di batteri che vanno in circolo e che possono pregiudicare, in alcuni casi anche gravemente, la salute dell’animale. Per potere capire il perché e la portata del problema non bisogna soffermarsi alla gengivite visibile all’esterno dell’arcata dentaria, ma tenere conto che il dente è totalmente circondato da gengiva, i denti sono tanti e quando un numero elevato di denti è affetto da problemi parodontali la superficie di tessuto infetta diventa rilevante, paragonabile quasi ad un’infezione che colpisca un polso. Ma riprendendo il discorso dove l’abbiamo lasciato, in natura sia il cane che il gatto, afferrano il pezzo di carne (o parti della preda) con gli incisivi e i canini e, trattenendolo a terra con gli arti anteriori, cercano di strapparlo verso l’alto. Oppure, usando i molari e i premolari (in particolare i denti carnassiali o ferini), cercano di lacerare il pezzo “masticandolo”, grazie alla particolare conformazione a “lama” dei denti e l’intersecazione “a forbice” degli stessi. Usando i denti in questo modo, si ottiene il duplice effetto di mantenere i legamenti che uniscono i denti all’osso ben saldi e i denti e le gengive puliti per detersione della placca di tipo “meccanico”. Difficilmente un cane o un gatto che vive in un appartamento avranno occasione di nutrirsi in questo modo, a meno che non si sia dei “naturalisti” convinti e si accetti l’idea di avere in giro per la casa pezzi di ossa o muscoli mezzo masticati. Questa pratica è quindi ottima, estremamente gratificante sia per il cane che per il gatto, ma a patto che vivano all’aperto e che vengano abituati a ricevere ogni tanto pezzi di carne cruda, meglio se ricca di legamenti, dai 3 mesi di età in su. E per i nostri animaletti di casa? Per quanto il sistema migliore in assoluto sia l’uso dello spazzolino e del dentifricio per animali (che non causa problemi anche se ingerito), essendo un “semi-naturalista” non consiglio di applicarlo se non quando non ci sono già dei problemi che giustifichino una pratica molto impegnativa per il proprietario e poco tollerata dall’animale. Per dovere, in quanto a volte è assolutamente necessario, darò delle indicazioni in merito: innanzitutto l’animale deve essere abituato sia allo spazzolino che al dentifricio, quindi l’approccio deve essere graduale, difficilmente si riesce subito a pulire tutti i denti. Si inizia dai canini e dai premolari superiori o inferiori di un lato, facendo assaggiare il dentifricio, che comunque viene usato in piccola quantità perché l’azione principale di detersione della placca è quella meccanica dello spazzolino, ponendosi di lato all’animale e dietro di esso, in maniera da non spaventarlo “affrontandolo” con lo spazzolino in mano. Quindi, se si tratta di un gatto, può essere messo in grembo con la schiena rivolta verso il nostro stomaco. Se si tratta di un cane di piccola taglia è meglio metterlo sopra un tavolo. Se si tratta invece di un cane di grossa taglia, bisogna inginocchiarsi accanto a lui. A questo punto bisogna sollevare il labbro, scoprire i canini e massaggiare delicatamente tutta la superficie dentale. Lo spazzolino deve essere usato facendo in modo che le setole partano dalla gengiva e vadano verso l’estremità libera del dente, quindi, come si dice, “dal rosso al bianco”, con movimenti rotatori del polso, mai trasversalmente alla superficie del dente o dal “bianco al rosso”, perché le setole potrebbero “spingere” la placca al di sotto della gengiva e/o tra un dente e l’altro.
Appoggiando le setole sulle gengive, come punto di partenza della rotazione, si ottiene anche l’effetto di massaggiarle. Per capire i punti dove si deve insistere un po’ di più, occorre sapere che la placca si “mineralizza” maggiormente e si trasforma in tartaro dove sboccano le ghiandole salivari (perché la saliva è ricca di sali minerali) e quindi soprattutto a livello dei premolari superiori. Un altro punto in cui si produce facilmente tartaro è alla base dei canini, sia superiori che inferiori, perché, non alimentandosi come un animale “selvatico”, la placca non viene praticamente mai allontanata meccanicamente. Un altro accorgimento: ogni animale mastica preferibilmente su di un solo lato, basta quindi osservare il lato della bocca dove tende a formarsi maggiormente la placca, dove i denti appaiono più “gialli”, quello è il lato dove si deve insistere di più, perché la masticazione stessa del cibo ha già l’effetto di rimuovere la placca. In alcuni casi, soprattutto dopo un intervento di detartrasi con gengivite, oppure nei casi di gengiviti croniche, può essere necessario effettuare l’operazione una volta al giorno, anche per lunghi periodi, associando un’alimentazione morbida o, nei casi meno gravi, alimenti preconfezionati secchi con formulazioni particolari, contenenti enzimi in grado di rallentare la formazione della placca.
Ritornando a metodi meno “traumatizzanti”, il trucco per mantenere i denti puliti è sfruttare le caratteristiche di detersione meccanica di alcuni cibi. Se l’animale viene alimentato con alimentazione cosiddetta “casalinga”, basta aggiungere nella dieta dei grossi pezzi di pane secco (nel cane, perché solitamente il gatto non li degna di uno sguardo) oppure dare dei pezzi di carne cotta più grossolani. Se invece viene usata una dieta preconfezionata, per non alterarne la composizione, si possono usare dei mangimi appositamente studiati che, essendo composti da crocchette di maggiori dimensioni, costringono l’animale a masticare più a lungo. Si possono usare le crocchette di quel tipo anche come premio e quindi non somministrarle esclusivamente come cibo; oppure, sempre come premio usare delle barrette apposite. L’importante è far sì che, più volte al giorno, l’animale domestico debba adoperare i denti, se non come l’animale selvatico, nella maniera che più si avvicina all’uso che ne farebbe allo stato naturale, sfruttando cioè l’azione meccanica di detersione della placca del cibo stesso.

Detartrasi

L’ablatore a ultrasuoni è l’apparecchio più usato per l’asportazione del tartaro dentario sopragengivale (foto 1). Gli ultrasuoni, generati da un particolare dispositivo, mettono in vibrazione la punta ricurva dell’apparecchio causando lo sgretolamento del tartaro (foto 2). Dal momento che l’asportazione avviene per disgregazione, la superficie del dente resta ruvida e quindi la placca potrebbe nuovamente depositarsi con estrema facilità. Il tartaro, che non è nient’altro che la mineralizzazione della placca ad opera dei sali minerali contenuti nella saliva, si riformerebbe quindi facilmente se non si procedesse alla levigatura del dente, la cosiddetta “lucidatura”(foto 3). La lucidatura viene fatta normalmente con l’uso di paste abrasive fluorate da profilassi dentale. Il risultato finale (foto 4) deve essere comunque conservato mediante la profilassi dentale effettuata dal proprietario, mediante la somministrazione di cibi “fibrosi” o mangimi appositi o anche, in determinati casi, l’uso di gel o dentifrici specifici, associati eventualmente all’uso dello spazzolino.

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Patologie parodontali

Le parodontopatie sono le patologie che colpiscono i tessuti circostanti il dente. Sono per la maggior parte causate dalla infiammazione delle gengive ad opera della placca batterica e del tartaro dentario che da sopragengivale diventa sottogengivale, “infiltrandosi” al di sotto delle gengive stesse. La gengiva è un tessuto che potrebbe essere paragonato a una guarnizione: quando è sana isola la parte del dente usata nella masticazione del cibo da quella a contatto con l’osso (non visibile normalmente). Se la gengiva si infiamma, perde la sua aderenza con il dente e quindi si forma una specie di tasca tutto intorno al dente detta tasca parodontale (foto 1). La tasca parodontale può peggiorare al punto da provocare infezioni alle strutture di sostegno del dente e quindi anche dell’osso con la comparsa di ascessi, aumento della mobilità e addirittura perdita del dente stesso. Questo è il motivo per cui anche la semplice comparsa di gengive arrossate, con presenza o meno di tartaro dentario, giustifica la scelta di far visitare il proprio animale ad un odontoiatra veterinario. La visita permette di adottare tutte le strategie o eventualmente le cure necessarie a prevenire il peggioramento di una situazione che potrebbe portare a delle conseguenze anche gravi, non solo alla bocca ma addirittura a tutto l’organismo per l’assorbimento a livello di gengive di batteri e tossine. La cura delle tasche parodontali si effettua tramite il courettage sottogengivale. Si misura prima la tasca con una sonda graduata (foto 2), poi si usa uno strumento manuale tagliente, detto courette (foto 3), che va ad asportare il tessuto gengivale malato ed infetto ed il tartaro sottogengivale. Perché il trattamento possa essere efficace, è necessario asportare, con pazienza certosina, tutta la parte di gengiva malata e tutto il tartaro sottogengivale, levigando la radice del dente. Si effettua poi un lavaggio, con soluzioni apposite (foto 4), per asportare anche il più piccolo frammento residuo ed infine si applica il cosiddetto “impacco gengivale”. In odontoiatria umana si usano diversi tipi di impacco come ad esempio paste auto indurenti applicate sulle gengive dei denti trattati e, più recentemente, impacchi in gel. Il primo tipo di impacco è praticamente inapplicabile in odontoiatria veterinaria perché c’è il rischio che l’animale debba rimuoverlo e ingerirlo, si applicano così dei gel che hanno la caratteristica di essere molto vischiosi (foto 5) e di avere una notevole muco adesività. Praticamente il gel si comporta un po’ come la placca batterica ma con, ovviamente, effetti completamente diversi. Il gel viene applicato all’interno della tasca e lasciato debordare all’esterno della gengiva (foto 6), ha la funzione di chiudere la tasca appena trattata e impedire così la penetrazione di placca, batteri e residui alimentari per il tempo sufficiente alla guarigione. Nell’arco di 7-14 giorni, la gengiva si disinfiamma e torna nuovamente ad aderire alla radice del dente. Generalmente il margine gengivale si ritrae e la profondità della tasca diminuisce. Questo non vuol dire che c’è una rigenerazione dei tessuti malati, ma si crea una condizione di stabilità. E’ importante sottolineare che in questo tipo di patologie, più che in altre del cavo orale, è di fondamentale importanza la collaborazione del proprietario nell’effettuare le cure post operatorie e, per evitare recidive, è necessario mantenere una buona igiene orale e programmare controlli periodici.

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Frattura del canino.

La frattura di un dente e nella fattispecie del canino (foto 1), è una delle patologie dentali più frequenti. Quasi sempre di origine traumatica, rappresenta uno dei casi che richiedono, se la polpa dentaria risulta esposta, un intervento abbastanza tempestivo, in quanto la polpa si infetta e va incontro a morte (necrosi). Il progredire della necrosi e di conseguenza dell’infezione fino all’apice del dente, che è quella porzione racchiusa dentro l’osso, può avvenire anche entro 12 ore. La conseguenza è la possibile formazione di granulomi e ascessi in tempi più o meno variabili ma con conseguenze sull’osso che sono facilmente immaginabili. La differenza fondamentale con la stessa patologia riscontrabile nell’uomo, sta nella manifestazioni del dolore, che negli animali è molto più attenuata ( a meno che non sia un cucciolo). Questo rende il tutto molto più insidioso perché le radici dentarie degli animali sono proporzionalmente molto più lunghe, si estendono molto di più dentro l’osso e quindi la formazione di un granuloma, che è generalmente un fenomeno subacuto o cronico (si forma di solito in tempi non brevi), può fare danni molto maggiori, con indebolimento notevole dell’osso. In casi gravi si può addirittura arrivare alla frattura, soprattutto se è coinvolta la mandibola. La cura migliore in questi casi è la devitalizzazione, che consiste nella asportazione totale della polpa dentaria e in una sorta di “sigillatura” del dente, che permette di isolarlo dall’osso sottostante tranne che per la sua porzione più esterna, costituita dal legamento che lo fissa all’alveolo. In questo modo il dente viene conservato, evitando così problemi di masticazione e nello stesso tempo eliminando la comunicazione tra l’esterno e l’osso sottostante. Per prima cosa si esegue una radiografia (foto2), per valutare le condizioni generali del dente fratturato; poi si esegue una odontoplastica (foto3), che consiste in un rimodellamento del dente per ridargli una forma il più possibile simile a quella originaria. Questo procedimento permette di togliere gli spigoli taglienti della frattura, che potrebbero ferire le labbra o la lingua e ridare quella forma che permette di conservare la funzionalità del dente nella masticazione. Il passo successivo consiste nella asportazione totale della polpa dentaria con attrezzi particolari, nel rimodellamento del canale pulpare e nel suo lavaggio con soluzioni apposite. Dopo aver asciugato perfettamente il canale con dei coni di carta assorbente si applica, con un attrezzo specifico, del cemento canalare e dei coni di guttaperca (foto 4) che hanno la funzione di farlo aderire perfettamente alle pareti del canale pulpare. Finita la devitalizzazione è necessario eseguire una radiografia per verificare che il canale sia stato perfettamente chiuso (foto 5). A questo punto si procede con l’otturazione del dente. Per quanto presenti sul mercato da svariati anni i compositi resinosi estetici hanno raggiunto solo di recente una durezza e una robustezza paragonabile allo smalto. Prima dell’avvento di questi compositi di ultima generazione era preferibile utilizzare sugli animali domestici il vecchio amalgama d’argento, notevolmente più robusto. Attualmente si può utilizzare tranquillamente i compositi per otturazione estetica, che hanno il vantaggio non solo di essere “estetici”, ma anche di essere più facilmente modellabili dell’amalgama. Dopo aver preparato la sede dove applicare il composito, la cosiddetta “cavità” (foto 6), si applica il prodotto a più strati (foto 7), polimerizzandolo e quindi facendolo indurire con una fonte di luce appositamente studiata (foto 9). Alla fine del procedimento si leviga perfettamente la superficie dell’otturazione per arrivare al risultato finale (foto 10).

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